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ODISSEA - LIBRO XI°

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view post Posted on 10/7/2010, 11:11 Quote
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Francesco Venier

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Giunti al divino mare, il negro legno
Prima varammo, albero ergemmo e vele,
E prendemmo le vittime, e nel cavo
Legno le introducemmo: indi con molto
Terrore e pianto v'entravam noi stessi.
La dal crin crespo e dal canoro labbro
Dea veneranda un gonfiator di vela
Vento in poppa mandò, che fedelmente
Ci accompagnava per l'ondosa via;
Tal che ozïosi nella ratta nave
Dalla cerulea prua, giacean gli arnesi,
E noi tranquilli sedevam, la cura
Al timonier lasciandone ed al vento.
Quanto il dì risplendé, con vele sparse
Navigavamo. Spento il giorno, e d'ombra
Ricoperte le vie, dell'Oceano
Toccò la nave i gelidi confini,
Là 've la gente de' Cimmerî alberga,
Cui nebbia e buio sempiterno involve.
Monti pel cielo stelleggiato, o scenda
Lo sfavillante d'ôr sole non guarda
Quegl'infelici popoli, che trista
Circonda ognor pernizïosa notte.

Addotto in su l'arena il buon naviglio,
E il monto e la pecora sbarcati,
Alla corrente dell'Oceano in riva
Camminavam; finché venimmo ai lochi
Che la dea c'insegnò. Quivi per mano
Eurìloco teneano e Perimede
Le due vittime; ed io, fuor tratto il brando,
Scavai la fossa cubitale, e mele
Con vino, indi vin puro e lucid'onda
Versàivi, a onor de' trapassati, intorno
E di bianche farine il tutto aspersi.
Poi degli estinti le debili teste
Pregai, promisi lor che nel mio tetto,
Entrato con la nave in porto appena,
Vacca infeconda, dell'armento fiore,
Lor sagrificherei, di doni il rogo
Rïempiendo; e che al sol Tiresia, e a parte,
Immolerei nerissimo arïete,
Che della greggia mia pasca il più bello.
Fatte ai mani le preci, ambo afferrai
Le vittime, e sgozzàile in su la fossa,
Che tutto riceveane il sangue oscuro.
Ed ecco sorger della gente morta
Dal più cupo dell'Erebo, e assembrarsi
Le pallid'ombre: giovanette spose,
Garzoni ignari delle nozze, vecchi
Da nemica fortuna assai versati,
E verginelle tenere, che impressi
Portano i cuori di recente lutto;
E molti dalle acute aste guerrieri
Nel campo un dì feriti, a cui rosseggia
Sul petto ancor l'insanguinato usbergo.
Accorrean quinci e quindi, e tanti a tondo
Aggiravan la fossa, e con tai grida,
Ch'io ne gelai per subitana tema.
Pure a Eurìloco ingiunsi, e a Periméde
Le già scannate vittime e scoiate
Por su la fiamma, e molti ai dèi far voti,
Al prepotente Pluto e alla tremenda
Proserpina: ma io col brando ignudo
Sedea, né consentia che al vivo sangue,
Pria ch'io Tiresia interrogato avessi,
S'accostasser dell'ombre i vôti capi.

Primo ad offrirsi a me fu il simulacro
D'Elpènore, di cui non rinchiudea
La terra il corpo nel suo grembo ancora.
Lasciato in casa l'avevam di Circe
Non sepolto cadavere e non pianto.
Che incalzavaci allor diversa cura.
Piansi a vederlo, e ne sentii pietade,
E, con alate voci a lui converso:
"Elpènore", diss'io, "come scendesti
Nell'oscura caligine? Venisti
Più ratto a piè, ch'io su la negra nave".

Ed ei, piangendo: "O di Laerte egregia
Prole, sagace Ulisse, un nequitoso
Demone avverso, e il molto vin m'offese.
Stretto dal sonno alla magione in cima,
Men disciolsi ad un tratto: e, per la lunga
Di calar non membrando interna scala
Mossi di punta sovra il tetto, e d'alto
Precipitai: della cervice i nodi
Ruppersi, ed io volai qua con lo spirto.
Ora io per quelli da cui lunge vivi,
Per la consorte tua, pel vecchio padre,
Che a tanta cura t'allevò bambino,
Pel giovane Telemaco, che dolce
Nella casa lasciasti unico germe,
Ti prego, quando io so, che alla Circea
Isola il legno arriverai di nuovo,
Ti prego che di me, signor mio, vogli
Là ricordarti, onde io non resti, come
Della partenza spiegherai le vele,
Senza lagrime addietro e senza tomba,
E tu venghi per questo ai numi in ira.
Ma con quell'armi, ch'io vestìa, sul foco
Mi poni, e in riva del canuto mare
A un misero guerrier tumulo innalza,
Di cui favelli la ventura etade.
Queste cose m'adempi; ed il buon remo,
Ch'io tra i compagni miei, mentre vivea
Solea trattar, sul mio sepolcro infiggi.

"Sventurato", io risposi, "a pien fornita
Sarà, non dubitarne, ogni tua voglia".

Così noi sedevam, meste parole
Parlando alternamente, io con la spada
Sul vivo sangue ognora, e a me di contra
La forma lieve del compagno, a cui
Suggerìa molti accenti il suo disastro.
Comparve in questo dell'antica madre
L'ombra sottile, d'Anticlèa, che nacque
Dal magnanimo Autolico, e a quel tempo
Era tra i vivi ch'io per Troia sciolsi.
La vidi appena, che pietà mi strinse,
E il lagrimar non tenni: ma né a lei,
Quantunque men dolesse, io permettea
Al sangue atro appressar, se il vate prima
Favellar non s'udìa. Levossi al fine
Con l'aureo scettro nella man famosa
L'alma Tebana di Tiresia, e ratto
Mi riconobbe, e disse: "Uomo infelice,
Perché, del sole abbandonati i raggi,
Le dimore inamabili de' morti
Scendesti a visitar? Da questa fossa
Ti scosta, e torci in altra parte il brando,
Sì ch'io beva del sangue, e il ver ti narri".

Il piè ritrassi, e invaginai l'acuto
D'argentee borchie tempestato brando.
Ma ei, poiché bevuto ebbe, in tal guisa
Movea le labbra: "Rinomato Ulisse,
Tu alla dolcezza del ritorno aneli
E un nume invidïoso il ti contende
Come celarti da Nettun, che grave
Contra te concepì sdegno nel petto
Pel figlio, a cui spegnesti in fronte l'occhio?
Pur, sebbene a gran pena, Itaca avrai,
Sol che te stesso e i tuoi compagni affreni,
Quando, tutti del mar vinti i perigli,
Approderai col ben formato legno
Alla verde Trinacria isola, in cui
Pascon del Sol, che tutto vede ed ode,
I nitidi montoni e i buoi lucenti.
Se pasceranno illesi, e a voi non caglia
Che della patria, il rivederla dato,
Benché a stento, vi fia. Ma dove osiate
Lana o corno toccargli, eccidio a' tuoi,
E alla nave io predico, ed a te stesso.
E ancor che morte tu schivassi, tardo
Fora, ed infausto, e senza un sol compagno,
E su nave straniera, il tuo ritorno.
Mali oltra ciò t'aspetteranno a casa:
Protervo stuol di giovani orgogliosi,
Che ti spolpa, ti mangia, e alla divina
Moglie con doni aspira. È ver che a lungo
Non rimarrai senza vendetta. Uccisi
Dunque o per frode, o alla più chiara luce,
Nel tuo palagio i temerarî amanti,
Prendi un ben fatto remo, e in via ti metti:
Né rattenere il piè, che ad una nuova
Gente non sii, che non conosce il mare,
Né cosperse di sal vivande gusta,
Né delle navi dalle rosse guance,
O de' politi remi, ali di nave,
Notizia vanta. Un manifesto segno
D'esser nella contrada io ti prometto.
Quel dì che un altro pellegrino, a cui
T'abbatterai per via, te quell'arnese
Con che al vento su l'aia il gran si sparge
Portar dirà su la gagliarda spalla,
Tu repente nel suol conficca il remo.
Poi, vittime perfette a re Nettuno
Svenate, un toro, un arïete, un verro,
Riedi, e del cielo agli abitanti tutti
Con l'ordine dovuto offri ecatombe
Nella tua reggia, ove a te fuor del mare,
E a poco a poco da muta vecchiezza
Mollemente consunto, una cortese
Sopravverrà morte tranquilla, mentre
Felici intorno i popoli vivranno.
L'oracol mio, che non t'inganna, è questo.

"Tiresia", io rispondea, "così prescritto
(Chi dubbiar ne potrebbe?) hanno i celesti.
Ma ciò narrami ancora: io della madre
L'anima scorgo, che tacente siede
Appo la cava fossa, e d'uno sguardo,
Non che d'un motto, il suo figliuol non degna.
Che far degg'io, perché mi riconosca?
Ed egli: Troppo bene io nella mente
Io ti porrò. Quai degli spirti al sangue
Non difeso da te giunger potranno,
Sciorran parole non bugiarde: gli altri
Da te si ritrarran taciti indietro".
Svelate a me tai cose, in seno a Dite
Del profetante re l'alma s'immerse.

Ma io di là non mi togliea. La madre
S'accostò intanto, né del negro sangue
Prima bevé, che ravvisommi, e queste
Mi drizzò, lagrimando, alate voci:
"Deh come, figliuol mio, scendéstu vivo
Sotto l'atra caligine? Chi vive,
Difficilmente questi alberghi mira,
Però che vasti fiumi e paurose
Correnti ci dividono, e il temuto
Ocean, cui varcare ad uom non lice,
Se nol trasporta una dedalea nave.
Forse da Troia, e dopo molti errori,
Con la nave e i compagni a questo buio
Tu vieni? Né trovar sapesti ancora
Itaca tua? né della tua consorte
Riveder nel palagio il caro volto? "

"O madre mia, necessità", risposi,
"L'alma indovina a interrogar m'addusse
Del Tebano Tiresia. Il suolo acheo
Non vidi ancor, né i liti nostri attinsi;
Ma vo ramingo, e dalle cure oppresso,
Dappoi che a Troia ne' puledri bella
Seguìi, per disertarla, il primo Atride.
Su via, mi narra, e schiettamente, come
Te la di lunghi sonni apportatrice
Parca domò. Ti vinse un lungo morbo,
O te Dïana faretrata assalse
Con improvvisa non amara freccia?
Vive l'antico padre, il figlio vive,
Che in Itaca io lasciai? Nelle man loro
Resta, o passò ad altrui la mia ricchezza,
E ch'io non rieda più, si fa ragione?
E la consorte mia qual cor, qual mente
Serba? Dimora col fanciullo, e tutto
Gelosamente custodisce, o alcuno
Tra i primi degli Achei forse impalmolla? "

Riprese allor la veneranda madre:
"La moglie tua non lasciò mai la soglia
Del tuo palagio; e lentamente a lei
Scorron nel pianto i dì, scorron le notti.
Stranier nel tuo retaggio, in sin ch'io vissi,
Non entrò: il figlio su i paterni campi
Vigila in pace, e alle più illustri mense,
Cui l'invita ciascuno, e che non dee
Chi nacque al regno dispregiar, s'asside.
Ma in villa i dì passa Laerte, e mai
A cittade non vien: colà non letti,
Non coltri, o strati sontuosi, o manti.
Di vestimenta ignobili coverto
Dorme tra i servi al focolare il verno
Su la pallida cenere: e se torna
L'arida estate, o il verdeggiante autunno,
Lettucci umìli di raccolte foglie,
Stesi a lui qua e là per la feconda
Sua vigna, preme travagliato, e il duolo
Nutre, piangendo la tua sorte: arrogi,
La vecchiezza increscevole che il colse.
Non altrimenti de' miei stanchi giorni
Giunse il termine a me, cui non Dïana,
Sagittaria infallibile, di un sordo
Quadrello assalse, o di que' morbi invase,
Che soglion trar delle consunte membra
L'anima fuor con odïosa tabe:
Ma il desìo di vederti, ma l'affanno
Della tua lontananza, ma i gentili
Modi e costumi tuoi, nobile Ulisse,
La vita un dì sì dolce hannomi tolta".

Io, pensando tra me, l'estinta madre
Volea stringermi al sen: tre volte corsi,
Quale il mio cor mi sospingea, vêr lei,
E tre volte m'usci fuor delle braccia,
Come nebbia sottile, o lieve sogno.
Cura più acerba mi trafisse e ratto:
"Ahi, madre", le diss'io, "perché mi sfuggi
D'abbracciarti bramoso, onde, anco a Dite,
Le man gittando l'un dell'altro al collo,
Di duol ci satolliamo ambi, e di pianto?
Fantasma vano, acciò più sempre io m'anga,
Forse l'alta Proserpina mandommi?"

"O degli uomini tutti il più infelice",
La veneranda genitrice aggiunse,
"No, l'egregia Proserpina, di Giove
La figlia, non t'inganna. È de' mortali
Tale il destin, dacché non son più in vita,
Che i muscoli tra sé, l'ossa ed i nervi
Non si congiungan più: tutto consuma
La gran possanza dell'ardente foco,
Come prima le bianche ossa abbandona,
E vagola per l'aere il nudo spirto.
Ma tu d'uscire alla superna luce
Da questo buio affretta: e ciò che udisti,
E porterai nell'anima scolpito,
Penelope da te risappia un giorno".

Mentre così favellavam, sospinte
Dall'inclita Proserpina le figlie
Degli eroi comparïano, e le consorti
E traean della fossa al margo in folla.
Io, come interrogarle ad una ad una
Rivolgea meco; e ciò mi parve il meglio.
Stretta la spada, non patïa che tutte
Beessero ad un tempo. Alla sua volta
Così accorrea ciascuna, e l'onorato
Lignaggio ed i suoi casi a me narrava.

Prima s'appresentò l'illustre Tiro,
Che, del gran Salmonèo figlia, e consorte
Di Creteo, un de' figliuoli d'Eolo, sé disse.
Costei d'un fiume nell'amore accesa,
Dell'Enipèo divin, che la più bella
Sovra i più ameni campi onda rivolve,
Spesso e bagnarsi in quegli argenti entrava.
L'azzurro nume che la terra cinge,
Nettuno, in forma di quel dio, corcossi
Delle sue vorticose acque alla foce;
E la porporeggiante onda d'intorno
Gli stette, e in un arco si piegò, qual monte,
Lui celando, e la giovane, cui tosto
Sciols'ei la zona virginale, e un casto
Sopore infuse. Indi per man la prese,
E chiamolla per nome, e tai parole
Le feo: "Di questo amor, donna, t'allegra.
Compiuto non avrà l'anno il suo giro,
Che diverrai di bei fanciulli madre,
Quando vane giammai degl'immortali
Non riescon le nozze. I bei fanciulli
Prendi in cura, e nutrisci. Or vanne, e sappi,
Ma il sappi sola, che tu in me vedesti
Nettuno, il nume che la terra scuote".
Disse; e ne' gorghi suoi l'accolse il mare.

Ella di Nèleo e Pèlia, ond'era grave,
S'allevïò. Forti del sommo Giove
Ministri, l'un nell'arenosa Pilo,
Nell'ampia l'altro, e di feconde gregge
Ricca Iaolco, ebbe soggiorno e scettro.
Quindi altra prole, Esòn, Ferete, e il chiaro
Domator di cavalli Amitaòne,
Diede a Creteo costei, che delle donne
Reina parve alla sembianza e agli atti.

Poi d'Asòpo la figlia, Antiopa, venne,
Che dell'amor di Giove andò superba,
E due figli creò, Zeto e Anfione.
Tebe costoro dalle sette porte
Primi fondaro, e la munir di torri:
Ché mal potean la spazïosa Tebe
Senza torri guardar, benché gagliardi.

Venne d'Amfitrïon la moglie, Alcmena
Che al Saturnìde l'animoso Alcide,
Cor di leone, partorì. Megàra
Di Creonte magnanimo figliuola
E moglie dell'invitto Ercole, venne.

D'Edipo ancor la genitrice io vidi,
La leggiadra Epicasta, che nefanda
Per cecità di mente opra commise,
L'uom disposando da lei nato. Edìpo
La man, con che avea prima il padre ucciso,
Porse alla madre: né celaro i dèi
Tal misfatto alle genti. Ei per crudele
Voler de' numi nell'amena Tebe
Addolorato su i Cadmei regnava.
Ma la donna, cui vinse il proprio affanno,
L'infame nodo ad un'eccelsa trave
Legato, scese alla magion di Pluto
Dalle porte infrangibili, e tormenti
Lasciò indietro al figliuol, quanti ne danno
Le ultrici Furie, che una madre invoca.

Vidi colei non men, che ultima nacque
All'Iaside Anfïón, cui l'arenosa
Pilo negli anni andati, e il Minïeo
Orcomeno ubbidìa, l'egregia Clori,
Che Neleo, di lei preso, a sé congiunse,
Poscia ch'egli ebbe di dotali doni
La vergine ricolma. Ed ella il feo
Ricco di vaga e di lui degna prole,
Di Nestore, di Cromio, e dell'eroe
Periclimeno; e poi di quella Pero,
Che maraviglia fu d'ogni mortale.
Tutti i vicini la chiedean; ma il padre
Sol concedeala a chi le belle vacche
Dalla lunata spazïosa fronte,
Che appo sé riteneasi il forte Ificle,
Gli rimenasse, non leggiera impresa,
Dai pascoli di Filaca. L'impresa
Melampo assunse, un indovino illustre;
Se non che a lui s'attraversaro i fati,
E pastori salvatichi, da cui
Soffrir dové d'aspre catene il pondo.
Ma non prima, già in sé rivolto l'anno,
I mesi succedettersi ed i giorni,
E compiêr le stagioni il corso usato
Che Ifìcle, a cui gli oracoli de' numi
Svelati avea l'irreprensibil vate,
I suoi vincoli ruppe; e così al tempo
L'alto di Giove s'adempiea consiglio.
Leda comparve, da cui Tindaro ebbe
Due figli alteri, Castore e Pollùce,
L'un di cavalli domatore, e l'altro
Pugile invitto. Benché l'alma terra
Ritengali nel sen, di vita un germe
(Così Giove tra l'Ombre anco gli onora)
Serbano: ciascun giorno, e alternamente,
Rïapron gli occhi, e chiudonli alla luce,
E glorïosi al par van degli eterni.

Dopo costei mi si parò davanti
D'Aloèo la consorte, Ifimidèa;
Cui di dolce d'amor nodo si strinse
Lo Scuotiterra. Ingenerò due figli,
Oto a un dio pari, e l'inclito Efialte,
Che la luce del sol poco fruîro.
Né di statura ugual, né di beltade,
Altri nodrì la comun madre antica,
Sol che fra tutti d'Orïon si taccia.
Non avean tocco il decim'anno ancora,
Che in largo nove cubiti, e tre volte
Tanto cresciuti erano in lungo i corpi.
Questi volendo ai sommi dèi su l'etra
Nuova portar sediziosa guerra,
L'Ossa sovra l'Olimpo, e sovra l'Ossa
L'arborifero Pelio impor tentaro,
Onde il cielo scalar di monte in monte;
E il fean, se i volti pubertà infiorava;
Ma di Giove il figliuolo, e di Latona,
Sterminolli ambo, che del primo pelo
Le guance non ombravano, ed il mento.

Fedra comparve ancor, Procri ed Arianna
Che l'amante Teseo rapì da Creta,
E al suol fecondo della sacra Atene
Condur volea. Vane speranze! In Nasso,
Cui cinge un vasto mar, fu da Dïana,
Per l'indizio di Bacco, aggiunta e morta.

Né restò Mera inosservata indietro,
Né Climene restò, né l'abborrita
Erifile, che il suo diletto sposo
Per un aureo monil vender poteo.
Ma dove io tutte degli eroi le apparse
Figlie nomar volessi, e le consorti,
Pria mancherìami la divina Notte.
E a me par tempo da posar la testa
O in nave o qui, tutta del mio ritorno
Ai celesti lasciando, e a voi la cura.
Tacque. I Feaci per l'oscura sala
Stavansi muti, e nel piacere assorti.

Ruppe il silenzio l'immortal regina
La bracciobianca Arete: "Feacesi,
Che vi par di costui? del suo sembiante?
Della maschia persona? e di quel senno
Che in lui risiede? Ospite è mio, ma tutti
Dell'onor, che io ricevo, a parte siete.
Non congedate in fretta, e senza doni
Chi nulla tien, voi, che di buono in casa
Per favor degli dèi tanto serbate".

Qui favellò Echenèo, che gli altri tutti
Vincea d'etade: "Fuor del segno, amici,
Arete non colpì con la sua voce.
Obbediscasi a lei: se non che prima
Del re l'esempio attenderemo e il detto".

"Ciò sarà ch'ella vuole", Alcinoo disse
"Se vita e scettro a me lascian gli dèi.
Ma, benché tanto di partir gli tardi,
L'ospite indugi sino al nuovo sole,
Sì ch'io tutti i regali insieme accoglia.
Cura esser dee comun che lieto ei parta
E più, che d'altri, mia, s'io qui son primo".

"Alcinoo re, che di grandezza e fama",
Riprese Ulisse, "ogni mortale avanzi,
Sei mesi ancor mi riteneste e sei,
E fida scorta intanto e ricchi doni
M'apparecchiaste, io non dovrei sgradirlo:
Ché quanto io tornerò con man più piene
A' miei sassi natii, tanto la gente
Con più onore accorrammi e con più affetto".

Ed Alcinoo in risposta: "Allora, Ulisse
Che ti adocchiamo, un impostor fallace,
D'alte menzogne inaspettato fabbro,
Scorger non sospettiam, quali benigna
La terra qua e là molti ne pasce.
Leggiadria di parole i labbri t'orna,
Né prudenza minor t'alberga in petto.
L'opre de' Greci e le tue doglie, quasi
Lo spirto della Musa in te piovesse,
Ci narrasti così, ch'era un vederle.
Deh siegui, e dimmi, se t'apparve alcuno
Di tanti eroi che veleggiâro a Troia
Teco, e spenti rimaservi. La notte
Con lenti passi or per lo ciel cammina,
E finché ci esporrai stupende cose,
Non fia chi del dormir qui si rammenti.
Quando parlar di te sino all'aurora
Ti consentisse il duol sino all'aurora
Io penderei dalle tue labbra immoto".

"V'ha un tempo Alcinoo, di racconti ed havvi",
Ulisse ripigliò, "di sonni un tempo;
Che se udir vuoi più avanti, io non ricuso
La sorte di color molto più dura
Rappresentarti, che scampâr dai rischi
D'una terribil guerra, e nel ritorno,
Colpa d'una rea donna, ohimé! periro.

Poiché le femminili Ombre famose
La casta Proserpìna ebbe disperse,
Mesto, e cinto da quei che fato uguale
Trovâr d'Egisto negl'infidi alberghi,
Si levò d'Agamennone il fantasma.
Assaggiò appena dell'oscuro sangue,
Che ravvisommi; e dalle tristi ciglia
Versava in copia lagrime, e le mani
Mi stendea, di toccarmi invan bramose;
Ché quel vigor, quella possanza, ch'era
Nelle sue membra ubbidïenti ed atte,
Derelitto l'avea. Lagrime anch'io
Sparsi a vederlo, e intenerìi nell'alma,
E tai voci, nomandolo, gli volsi:
"O inclito d'Atrèo figlio, o de' prodi
re, Agamennòne, qual destin ti vinse,
E i lunghi t'arrecò sonni di morte?
Nettuno in mar ti domò forse, i fieri
Spirti eccitando de' crudeli venti?
O t'offesero in terra uomini ostili,
Che armenti depredavi e pingui greggi.
O delle patrie mura, e delle caste
Donne a difesa, roteavi il brando? "

"Laerziade preclaro, accorto Ulisse"
Ratto rispose dell'Atride l'ombra
Me non domò Nettuno all'onde sopra,
Né m'offesero in terra uomini ostili.
Egisto, ordita con la mia perversa
Donna una frode, a sé invitommi, e a mensa
Come alle greppie inconsapevol bue,
L'empio mi trucidò. Così morìi
Di morte infelicissima; e non lunge
Gli amici mi cadean, quai per illustri
Nozze, o banchetto sontuoso, o lauta
A dispendio comun mensa imbandita,
Cadono i verri dalle bianche sanne.
Benché molti a' tuoi giorni o in folta pugna;
Vedessi estinti, o in singolar certame,
Non solita pietà tocco t'avrebbe,
Noi mirando, che stesi all'ospitali
Coppe intorno eravam, mentre correa
Purpureo sangue il pavimento tutto.
La dolente io sentìi voce pietosa
Della figlia di Priamo, di Cassandra,
Cui Clitennestra m'uccidea da presso,
La moglie iniqua; ed io, giacendo a terra,
Con moribonda man cercava il brando:
Ma la sfrontata si rivolse altrove,
Né gli occhi a me, che già scendea tra l'Ombre
Chiudere, né compor degnò le labbra.
No: più rea peste, più crudel non dassi
Di donna, che sì atroci opre commetta,
Come questa infedel, che il danno estremo
Tramò, cui s'era vergine congiunta.
Lasso! dove io credea che, ritornando,
Figliuoli e servi m'accorrìan con festa,
Costei, che tutta del peccar sa l'arte,
Si ricoprì d'infamia, e quante al mondo
Verranno, e le più oneste anco, ne asperse".

"Oh quanta", io ripigliai, "sovra gli Atridi
Le femmine attirâro ira di Giove!
Fu di molti de' Greci Elena strage!
E a te, cogliendo l'assenza il tempo,
Funesta rete Clitennestra tese".

"Quindi troppa tu stesso", ei rispondea,
"Con la tua donna non usar dolcezza,
Né il tutto a lei svelar, ma parte narra
De' tuoi secreti a lei, parte ne taci,
Benché a te dalla tua venir disastro
Non debba: ché Penelope, la saggia
Figlia d'Icario, altri consigli ha in core.
Moglie ancor giovinetta, e con un bimbo,
Che dalla mamma le pendea contento,
Tu la lasciavi, navigando a Troia:
Ed oggi il tuo Telemaco felice
Già s'asside uom tra gli uomini, e il diletto
Padre lui vedrà, un giorno, ed egli al padre
Giusti baci porrà sovra la fronte.
Ma la consorte mia né questo almeno
Mi consentì, ch'io satollassi gli occhi
Nel volto del mio figlio, e pria mi spense.
Credi al fine a' miei detti, e ciò nel fondo
Serba del petto: le native spiagge
Secretamente afferra, e a tutti ignoto,
Quando fidar più non si puote in donna.
Or ciò mi conta, e schiettamente: udisti,
Dove questo mio figlio i giorni tragga?
In Orcomeno forse? O forse tienlo
Pilo arenosa, o la capace Sparta
Presso re Menelao? Certo non venne
Finor sotterra il mio gentil Oreste".

Ed io: "Perché di ciò domandi, Atride,
Me, cui né conto è pur se Oreste spira
Le dolci aure di sopra, o qui soggiorna?
Lode non merta il favellare al vento".

Così parlando alternamente, e il volto
Di lagrime rigando, e il suol di Dite,
Ce ne stavam disconsolati: ed ecco
Sorger lo spirto del Pelìade Achille,
Di Patroclo, d'Antìloco e d'Aiace,
Che gli Achei tutti, se il Pelìde togli,
Di corpo superava e di sembiante.
Mi riconobbe del veloce al corso
Eacide l'imago; e, lamentando:
O, disse, di Laerte inclita prole,
Qual nuova in mente, sciagurato, volgi
Macchina, che ad ogni altra il pregio scemi?
Come osasti calar ne' foschi regni,
Degli estinti magion, che altro non sono
Che aeree forme e simulacri ignudi? "

"Di Peleo", io rispondea, "figlio, da cui
Tanto spazio rimase ogni altro Greco,
Tiresia io scesi a interrogar, che l'arte
Di prender m'insegnasse Itaca alpestre
Sempre involto ne' guai, l'Acaica terra
Non vidi ancor, né il patrio lido attinsi.
Ma di te, forte Achille, uom più beato
Non fu, né giammai fia. Vivo d'un nume
T'onoravamo al pari, ed or tu regni
Sovra i defunti. Puoi tristarti morto?"

"Non consolarmi della morte", a Ulisse
Replicava il Pelìde. "Io pria torrei
Servir bifolco per mercede, a cui
Scarso e vil cibo difendesse i giorni,
Che del Mondo defunto aver l'impero.
Su via, ciò lascia, e del mio figlio illustre
Parlami in vece. Nelle ardenti pugne
Corre tra i primi avanti? E di Pelèo
Del mio gran genitor, nulla sapesti?
Sieguon fedeli a reverirlo i molti
Mirmìdoni, o nell'Ellada ed in Ftia
Spregiato vive per la troppa etade,
Che le membra gli agghiaccia? Ahi! che guardarlo
Sotto i raggi del Sol più non mi lice:
Ché passò il tempo che la Troica sabbia
D'esanimi io covrìa corpi famosi,
Proteggendo gli Achei. S'io con la forza
Che a que' giorni era in me, toccar potessi
Per un istante la paterna soglia,
A chïunque oltraggiarlo, e degli onori
Fraudarlo ardisse, questa invitta mano
Metterebbe nel core alto spavento.

Nulla, io risposi, di Pelèo, ma tutto
Del figliuol posso, e fedelmente, dirti,
Di Neottolemo tuo, che all'oste Achiva
Io stesso sopra cava e d'uguai fianchi
Munita nave rimenai da Sciro.
Sempre che ad Ilio tenevam consulte,
Primo egli a favellar s'alzava in piedi,
Né mai dal punto devïava; soli
Gareggiavam con lui Nestore ed io.
Ma dove l'armi si prendean, confuso
Già non restava in fra la turba, e ignoto:
Precorrea tutti, e di gran lunga, e intere
Le falangi struggea. Quant'ei mandasse
Propugnacol de' Greci, anime all'Orco,
Da me non t'aspettare. Abbiti solo,
Che il Telefìde Eurìpilo trafisse
Fra i suoi Cetèi, che gli morìano intorno;
Euripilo di Troia ai sacri muri
Per la impromessa man d'una del rege
Figlia venuto, ed in quell'oste intera,
Dopo il deiforme Mènnone, il più bello.
Che del giorno dirò, che il fior de' Greci
Nel costrutto da Epèo cavallo salse,
Che in cura ebb'io, poiché a mia voglia solo
Aprìasi, o rinchiudeasi, il cavo agguato?
Tergeansi capi e condottier con mano
Le umide ciglia, e le ginocchia sotto
Tremavano a ciascun; né bagnare una
Lagrima a lui, né di pallore un'ombra
Tingere io vidi la leggiadra guancia.
Bensì prieghi porgeami onde calarsi
Giù del cavallo, e della lunga spada
Palpeggiava il grand'else, e l'asta grave
Crollava, mali divisando a Troia
Poi la cittade incenerita, in nave
Delle spoglie più belle adorno e carco
Montava, e illeso: quando lunge, o presso,
Di spada, o stral, non fu giammai chi vanto
Del ferito Neottòlemo si desse".

Dissi, e d'Achille alle veloci piante
Per li prati d'asfodelo vestiti
L'alma da me sen giva a lunghi passi,
Lieta, che udì del figliuol suo la lode.

D'altri guerrieri le sembianze tristi
Compariano; e ciascun suoi guai narrava.
Sol dello spento Telamonio Aiace
Stava in disparte il disdegnoso spirto
Perché vinto da me nella contesa
Dell'armi del Pelide appo le navi.
Teti, la madre veneranda, in mezzo
Le pose, e giudicaro i Teucri e Palla.
Oh côlta mai non avess'io tal palma,
Se l'alma terra nel suo vasto grembo
Celar dovea sì glorïosa testa,
Aiace, a cui d'aspetto e d'opre illustri,
Salvo l'irreprensibile Pelìde
Non fu tra i Greci chi agguagliarsi osasse!
Io con blande parole: "Aiace", dissi,
"Figlio del sommo Telamon, gli sdegni
Per quelle maledette arme concetti
Dunque né morto spoglierai? Fatali
Certo reser gli dèi quell'arme ai Greci,
Che in te perdero una sì ferma torre.
Noi per te nulla men, che per Achille,
Dolenti andiam; né alcuno n'è in colpa, il credi:
Ma Giove, che infinito ai bellicosi
Danai odio porta, la tua morte volle.
Su via, t'accosta, o re, porgi cortese
L'orecchio alle mie voci, e la soverchia
Forza del generoso animo doma".

Nulla egli a ciò: ma, ritraendo il piede,
Fra l'altre degli estinti Ombre si mise:
Pur, seguendolo io quivi, una risposta
Forse data ei m'avrìa; se non che voglia
Altro di rimirar m'ardea nel petto.

Minosse io vidi, del Saturnio il chiaro
Figliuol, che assiso in trono, e un aureo scettro
Stringendo in man, tenea ragione all'ombre
Che tutte, qual seduta e quale in piedi,
Conti di sé rendeangli entro l'oscura
Di Pluto casa dalle larghe porte.

Vidi il grande Orïòn, che delle fiere,
Che uccise un dì sovra i boscosi monti,
Or gli spettri seguìa de' prati inferni
Per l'asfodelo in caccia; e maneggiava
Perpetua mazza d'infrangibil rame.

Ecco poi Tizio, della Terra figlio,
Che sforzar non temé l'alma di Giove
Sposa, Latona, che volgeasi a Pito
Per le ridenti Panopèe campagne.
Sul terren distendevasi, e ingombrava
Quando in dì nove ara di tauri un giogo:
E due avvoltoi, l'un quinci, e l'altro quindi,
Ch'ei con mano scacciar tentava indarno
rodeangli il cor, sempre ficcando addentro
Nelle fibre rinate il curvo rostro.

Stava là presso con acerba pena
Tantalo in piedi entro un argenteo lago,
La cui bell'onda gli toccava il mento.
Sitibondo mostravasi, e una stilla
Non ne potea gustar: ché quante volte
Chinava il veglio le bramose labbra,
Tante l'onda fuggìa dal fondo assorta,
Sì che apparìagli ai piè solo una bruna
Da un Genio avverso inaridita terra.
Piante superbe, il melagrano, il pero,
E di lucide poma il melo adorno,
E il dolce fico, e la canuta oliva,
Gli piegavan sul capo i carchi rami;
E in quel ch'egli stendea dritto la destra
Vêr le nubi lanciava i rami il vento.

Sìsifo altrove smisurato sasso
Tra l'una e l'altra man portava, e doglia
Pungealo inenarrabile. Costui
La gran pietra alla cima alta d'un monte,
Urtando con le man, coi piè pontando,
Spingea: ma giunto in sul ciglion non era,
Che, risospinta da un poter supremo,
Rotolavasi rapida pel chino
Sino alla valle la pesante massa.
Ei nuovamente di tutta sua forza
Su la cacciava: dalle membra a gronde
Il sudore colavagli, e perenne
Dal capo gli salìa di polve un nembo.

D'Ercole mi s'offerse al fin la possa,
Anzi il fantasma: però ch'ei de' numi
Giocondasi alla mensa e cara sposa
Gli siede accanto la dal piè leggiadro
Ebe, di Giove figlia e di Giunone,
Che muta il passo, coturnata d'oro.
Schiamazzavan gli spirti a lui d'intorno,
Come volanti augei da subitana
Tema compresi; ed ei fosco, qual notte,
Con l'arco in mano, e con lo stral sul nervo,
Ed in atto ad ognor di chi saetta,
Orrendamente qua e là guatava.
Ma il petto attraversavagli una larga
D'ôr cintura terribile, su cui
Storïate vedeansi opre ammirande,
Orsi, cinghiai feroci e leon torvi,
E pugne, e stragi, e sanguinose morti;
Cintura, a cui l'eguale, o prima o dopo,
Non fabbricò, qual che si fosse, il mastro.
Mi sguardò, riconobbemi, e con voce
Lugubre: "O", disse, "di Laerte figlio,
Ulisse accorto, ed infelice a un'ora,
Certo un crudo t'opprime avverso fato,
Qual sotto i rai del Sole anch'io sostenni.
Figliuol quantunque dell'Egìoco Giove,
Pur, soggetto vivendo ad uom che tanto
Valea manco di me, molto io soffersi.
Fatiche gravi ei m'addossava, e un tratto
Spedimmi a quinci trarre il can trifauce,
Che la prova di tutte a me più dura
Sembravagli; ed io venni, e quinci il cane
Trifauce trassi ripugnante indarno,
D'Ermete col favore e di Minerva".
Tacque, e nel più profondo Erebo scese.

Di loco io non moveami, altri aspettando
De' prodi, che spariro, è omai gran tempo.
E que' due forse mi sarien comparsi,
Ch'io più veder bramava, eroi primieri,
Teseo e Piritoo, glorïosa prole
Degl'immortali dèi. Ma un infinito
Popol di spirti con frastuono immenso
Si ragunava; e in quella un improvviso
Timor m'assalse, non l'orribil testa
Della tremenda Gòrgone la diva
Proserpina invïasse a me dall'Orco.
Dunque senza dimora al cavo legno
Mossi, e ai compagni comandai salirlo,
E liberar le funi; ed i compagni
Ratto il salìano, e s'assidean su i banchi.
Pria l'aleggiar de' remi il cavo legno
Mandava innanzi d'Ocean su l'onde:
Poscia quel, che levossi, ottimo vento.



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